
Recentemente ho ricevuto in regalo una borsa creata da Manù.
E' un modello postina midi impreziosito da una grande foglia autunnale di vite (che fra l'altro pare sia il mio albero custode!). Ho scelto questa pianta istintivamente perché mi aveva attratta dal primo momento, ma poi, pensandoci, devo ammettere che dalla vite ho avuto molto, ma ne parlerò in seguito. Torniamo a noi: la borsa è un oggetto unico, realizzato con maestria e passione da una donna che ha fatto della sua arte il suo lavoro e il suo sostentamento.
Quanti, come lei, vivono intensamente questo irripetibile connubio fra cuore e materia? Quanti dei nostri amici o parenti spendono le loro ore libere nella gioia di collegare la mano al cuore, trasferendo in un oggetto tangibile un po' di loro stessi?
Come li consideriamo? Dei professionisti in fieri o semplicemente degli hobbisti della domenica?
Per una corrente dello Zen giapponese (di cui ora ho dimenticato il nome), ogni piccolo gesto, anche il più umile, è come una preghiera. La vita viene celebrata e ringraziata nell'operosità. Ma è così anche in ordini monastici cattolici, come quelli di San Benedetto, il cui famosissimo motto "ora et labora" ha dato uno schiaffo morale alle esagerazioni ascetiche del tempo.
L'artigiano in effetti - quello vero - è un po' monaco della sua arte: chino sul suo lavoro, spreme il massimo da sé per ottenere il miglior risultato possibile. E anni di questa "santa pratica" regalano alla fine i loro frutti: c'è chi riesce a mantenersi col proprio lavoro, c'è chi lancia una moda e c'è chi invece mantiene la sua arte sul piano dell'hobbistica, senza per questo perdere mai l'impegno e la consapevolezza del costante miglioramento.
Ho un esempio in famiglia: mia madre ha sempre dipinto, fin da ragazzina. All'epoca sua madre regalava a sua insaputa i suoi quadretti come ringraziamento a qualche sua conoscente (erano povera gente del dopoguerra: non si potevano permettere scatole di cioccolatini o di biscotti). E questa cosa le faceva male, come le fa male tutt'oggi vedersi tornare da una mostra un'opera tutta sfregiata. Sì perché capita anche questo in società come la nostra dove si sono persi pesi e misure, dove il "fatto a mano" è ancora una cosa da poveri.
C'è da far perdere gli entusiasmi anche ai santi...e invece no! Mia madre a tutt'oggi sperimenta mille altre forme d'arte, dalla cartapesta alla pittura su tavola con le terre naturali, dalla scultura su creta alla realizzazione di bambole di stoffa. Il vero artigiano vive di ciò che fa.
Dovrei imparare da lei: mai fossilizzarsi, mai fermarsi, mai "sedersi". Se c'è qualcosa di nuovo che non so fare, allora lo posso imparare! E' un insegnamento attuale, eppure antico: quanti dei nostri nonni o bisnonni hanno lasciato l'Italia alle spalle per comiciare da capo al di là degli oceani? Quanti artigiani hanno edificato fortune immense o anche solo piccoli negozi grazie alle loro mani e - soprattutto - al loro cuore?
Impariamo a dare - e a darci - valore.
